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Col suo passo lungo

Al suo funerale, insieme ai colleghi e agli amici di sempre, non riuscivo a non pensare “ora arriva, ora lo vedo spuntare da lontano, col suo passo lungo”. Ironico e beffardo Gino: mi chiedo come faccia a perdersi lo spettacolo di tutta questa gente che parla di lui e che lo ricorda.

Arrivava sempre per primo alla domenica allo stadio, ma mai prima di me che dalle 2 ero giù lassù in tribuna stampa ad armeggiare con microfono, interruttori e volumi. Quando arrivava, saliva le scale col suo passo lungo inconfondibile, spesso e volentieri pensieroso, ma sempre con un sorriso in risposta al mio.

Ricordo la prima volta, quasi 5 anni fa, quando mi affidarono l’incarico di speaker al Baci, l’anno in cui scrivevo anche i primi articoli qua e là e lui mi guardava, me ne accorgevo, col suo fare un po’ cauto e diffidente: prima di tutto ero relativamente giovane, dunque inesperta, secondo, ero una “donna”. Poi mi osservò lavorare: fare bene e anche sbagliare e si sciolse gradualmente o forse riuscii a convincerlo semplicemente della mia buona fede biancoblù e della voglia che avevo di imparare a fare le cose al meglio.

Piano, piano, ma non ne potrò mai essere sicura, credo di essere riuscita a conquistare la sua fiducia. Mentre leggeva i miei articoli alla domenica, gli stavo di fianco, scalpitante in attesa, scavando nelle espressioni del suo viso cercando di trovare qualcosa che lasciasse trapelare il suo giudizio. E un sorriso, un “brava, bello” detto da lui quale incredibile valore avevano per me!

I confronti erano diventati tanti, specie nell’ultimo periodo, con l’intensificarsi dell’attività di comunicazione al Savona. E proprio non riesco a immaginare  la fine di questo campionato senza di lui.

Tanto è stato scritto per lui in questi giorni: i ricordi dei suoi esordi o una vita trascorsa insieme, da amico, da collega. Per me invece Gino era il gigante, e non solo in senso fisico. Era un ottimo insegnante, un professionista che non si accontentava mai della notizia. Lui lasciava intendere, sornione proprio come un gatto, di sapere di più, in un gioco delle parti stimolante. La sua ironia, la sua schiettezza, il suo modo di arrivare al sodo con le parole senza mai scendere sotto un livello linguistico alto e ricercato. Lui era un giornalista che amava il suo lavoro. E amava il Savona.

I suoi quaderni, precisi e puntuali, pagina dopo pagina, domenica dopo domenica, con le formazioni, i tabellini e soprattutto i nomi delle squadre stampate con quel carattere che portava bene, diceva, con le lettere a forma di gatti, in un miscuglio di code e baffi a scrivere S-A-V-O-N-A.

Le punizioni, quando dopo una breve analisi della posizione in campo e delle possibili variabili, esclamava, prima che l’arbitro fischiasse l’ok al tiro: “questo è gol”. Incredibilmente così è stato, molte volte e poi esultando col suo sorriso, la domanda retorica: “cosa ti ho detto??”.

Le battute goliardiche insieme a Riccardo: non si era ancora seduto e non aveva ancora finito di leggere la distinta che Gino mi metteva alla prova ridacchiando: “voglio proprio vedere come leggi il numero 7 degli altri”. E magari quel 7 degli Altri era proprio difficile, ingannevole o troppo buffo per dirlo senza ridere. Ecco che allora al momento della formazione degli Altri subito dopo il 6, calava il silenzio, ad aspettare che dicessi quel benedetto 7 e con la coda dell’occhio lo vedevo Gino, a sogghignare sperando che sbagliassi davvero!

Ma ora che se ne è andato e ha portato con sé tutte le risposte alle domande che non abbiamo avuto il tempo di fargli, me ne resta una, imminente: come farò domenica, quando saranno trascorse le 2.10, le 2.15 e anche le 2.30, a non guardare le scale dalla tribuna stampa senza guardare le scale, aspettando che arrivi Gino, col suo passo lungo.