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REGISTRAZIONE

ERA NATO PER GUIDARE IL PULLMAN DELLA SQUADRA

Appunti01Un saluto a “Baccio”

Ci sono persone che, se vengono nominate, vengono collettivamente visualizzate in un determinato atteggiamento: ad esempio Trapattoni, pur essendo stato un ottimo giocatore di calcio, viene da tutti immaginato in piedi davanti alla panchina a fischiare; oppure chi si ricorda che Carlo Pedersoli è stato il primo nuotatore italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero? Per tutti è Bud Spencer e ce lo immaginiamo, gigantesco com’è, a menar cazzotti in testa ai nemici di turno.
Questo succede, forse, per il cliché che viene costruito attorno al personaggio, o forse perché a livello inconscio riusciamo a renderci conto di quando una persona fa qualcosa per divertimento o soddisfazione personale, prima ancora che per soldi.
Lo stesso succedeva con Sergio, “Baccio” per tutti: era, è impossibile pensare a lui e immediatamente non vederlo seduto al posto di guida del pullman della squadra. Certo ha lavorato all’Enel, giocava a bocce, aveva una sua vita personale, ma la prima immagine lo ricollega immediatamente al Savona.
Qui accanto abbiamo una sua foto della stagione 1979-80: assieme alla squadra e in posa come se ne facesse parte anche lui. Perché erano tutti davanti al suo “bambino”, alla sua “creatura”: il pullman con cui ad ogni trasferta accompagnava i giocatori verso imprese più o meno gloriose. Un modo per far riconoscere il suo ruolo all’interno della società.
Autista nella buona e nella cattiva sorte, pronto ad ogni campionato a sobbarcarsi stancate micidiali pur di non lasciare soli i “ragazzi”. Sicuramente il ritorno era molto più leggero se la partita era andata bene, ma sappiamo che non può essere sempre così. Eppure l’ha fatto per anni senza stancarsi, senza stufarsi, magari mugugnando quando era di luna storta, ma sempre spinto da una passione genuina e cristallina, molla enorme ed inesaurbile.
Da quelle trasferte ne ricavava centinaia di aneddoti, ricordi di litigi e di sorrisi: ogni volta che ne raccontava uno era diverso da quello che aveva narrato la volta precedente. E chissà quanti erano realmente successi e quanti erano “forzati”: ma chi se ne frega, era sempre bello scoprire il lato nascosto della vita della squadra.
Quando non faceva da autista al Savona, trovava comunque il modo di essere sempre in prima fila: prima fila sul pullman, s’intende. Al proposito il ricordo corre ad una di quelle trasferte che sulla carta paiono vicine ma in cui, in realtà, non si arriva mai: andavamo a Borgosesia qualche anno fa e lui, tanto per cambiare, era seduto accanto all’autista. Arrivati ad un certo punto, di fronte ai lamenti dei compagni di viaggio, decise di prendere la situazione in mano: “Conosco io una scorciatoia, l’ho fatta portando la juniores!”. E giù indicazioni al conducente: “Gira di qui, passa di là…”.
Finimmo nell’aia di una fattoria.
Lui ci rimase malissimo, ma i lazzi e le battute che ne seguirono servirono a far passare in allegria la restante oretta di viaggio.
E pure ultimamente, quando ormai era incanutito con quel colore che solo i biondi sanno avere, vederlo con giacca e cravatta distribuire consegne e affannarsi tra segreteria e biglietterie… beh, tutto sommato c’era qualcosa di storto nel suo ruolo. Perché lui era nato per guidare il pullman della squadra e chi lo conosceva lo sapeva.